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Da��ACCORDO, NIENTE OLIMPIADI MA ORA RILANCIAMO ROMA

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di Sandro Medici – 10 settembre 2016

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Niente candidatura. Niente Olimpiadi nel 2024 a Roma. Sembrerebbe questa la decisione della giunta Raggi, alla��opposto di chi la��aveva preceduta, nella��ultima e nella penultima amministrazione comunale. Una decisione tuttavia ragionevole: non si capisce se motivata piA? dal rischio di sovraccaricare una cittA� giA� stremata e che avrebbe bisogno di cure, risanamenti, riqualificazioni e non di superfetazioni urbanistiche, opere giganteggianti, palinsesti propagandistici. O se pensata per impedire derive affaristico-speculative. O se determinata dalla volontA� del vertice cinquestelle di dimostrarsi irriverente e dispettoso.

A�A� Difficile che nelle sue imminenti dichiarazioni Virginia Raggi risponda a questi interrogativi. Soprattutto perchA� in questa scelta il suo ruolo non sembra sia stato particolarmente rilevante, oscurato o forse scavalcato dalle oligarchie del movimento. Certo A? che nella gestione politica di questa vicenda la sindaca ha perso una formidabile occasione politica, che la��avrebbe non poco aiutata in questo suo zoppicante esordio. Consultare la cittA� attraverso un referendum, cosA� come altre cittA� hanno fatto. Non solo non la��ha indetto, ma si A? anche rifiutata di metterlo in votazione in Consiglio comunale. Ea�� stato un errore: forse da��ingenuitA� o forse di supponenza. O forse vi ha rinunciato temendone, in un senso o nella��altro, gli esiti.

A�A� Ma in ogni caso, sia se interpretata come un pericolo scampato o come una��opportunitA� negata, la��auto-esclusione olimpica ripropone nella sua integritA� malsana, deforme e infelicemente irrisolta la domanda cruciale a cui non si puA? ormai piA? sfuggire: quale sarA� il futuro di Roma? Una cittA� il cui debito le impedisce di pianificare il suo sviluppo, di valorizzare le sue risorse, di salvaguardare il suo patrimonio: di progettare insomma una propria strategia. E che per effetto della crisi si A? vistosamente impoverita e ha visto esaurirsi i suoi tradizionali motori economici e sociali, dalla��edilizia al terziario, dagli apparati pubblici al sistema commerciale, dalla rete dei servizi alla produzione culturale. E in cui la stessa funzione della politica, intesa come confronto sociale ed equilibrio tra interessi, analisi del reale e slancio prospettico, A? da tempo desolatamente sfiorita.

A�A� NA� si puA? pensare che tale manchevolezza possa essere sostituita o compensata da quei soggetti impropri che da anni popolano ministeri e assessorati, segreterie particolari e gabinetti istituzionali. Impudicamente definiti a�?personalitA� della societA� civilea�?. Figure tecniche, profili giuridici, economisti, imprenditori e finanzieri, consulenti vari, tecnocrati, informatici, comunicatori, pubblicitari, piazzisti e la��intera gamma di quelli che se li pronunci in lingua inglese assumono una��indubbia importanza, oltre a farti fare bella figura quando li scandisci fluidamente.

A�A� Insomma tutti quei possibili surrogati chiamati a governare, che tuttavia non sembra abbiano fatto molto meglio (e in molti casi peggio) dei detestati politici. Vogliamo parlare di Mario Monti e della sua macelleria sociale? E per tornare a Roma, nonostante fosse inzeppata di magistrati, economisti, professori e infermieri, la giunta Marino non A? naufragata nella sua stessa deriva inconcludente, peggiorando le condizioni materiali della cittA� e alimentando ulteriormente sfiducia e delusione? Per non parlare dei recentissimi tormenti in Campidoglio, animati dalle contorsioni di contrattisti aziendali, giudici in pensione, dirigenti amministrativi, amministratori delegati, addetti al personale e rimasugli di segreteria.

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A�A� Qui non ca��A? da evocare nostalgie per antiche ideologie o rimpiangere gli apparati di partito. Sappiamo quanto tutto ciA? viva una crisi profondissima e quanto sia evidente la sua degenerazione. Ca��A? tuttavia da ritrovare senso e ragioni in quella��attivitA� pubblica e democratica che continua a chiamarsi politica. Una politica che torni a essere utile, che sappia cambiare in meglio le cose e che riesca a produrre quella��immaginario positivo di cui abbiamo un gran bisogno. Come riuscirci, sta a tutti noi e al nostro desiderio di riscatto civile. Non certo affidandosi a capi, capetti e semicapi, quei presunti eroi verso cui Bertolt Brecht invitava a diffidare.

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