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QUANDO I DIRITTI FANNO “CORTO CIRCUITO”

di Sandro Medici – 13 ottobre 2016

Era dall’aprile del ’43 che non si vedeva uno schieramento militare di quelle proporzioni. Da quell’alba tragica in cui venne attaccato e rastrellato un intero quartiere, il Quadraro, che il maggiore Kappler cinicamente definiva “nido di vespe”. E ieri da quelle parti si è consumata un’altra alba tragica.

   Sono arrivati in trecento tra agenti di polizia, carabinieri, vigili urbani e personale vario, a bordo di blindati, idranti e perfino una ruspa, sebbene di piccolo taglio. Hanno allestito un vero e proprio piano di battaglia, bloccando le strade e impedendo accessi e transiti. Insomma, un’esibizione muscolare ad altissimo impatto. Obiettivo, schiacciare un altro nido di vespe. Ossia, sgombrare, sequestrare e sigillare il centro sociale Cortocircuito, una delle autogestioni storiche dell’antagonismo romano.

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   E’ un salto di qualità. Finora in città c’erano già state avvisaglie preoccupanti. A centinaia di realtà associative era stato ordinato di sloggiare dalle loro sedi: associazioni culturali, centri di volontariato o di accoglienza, qualche sezione di partito. Con diffide, ingiunzioni, minacce varie, oltre a sfratti e sgomberi: l’ultimo, l’altroieri, addirittura contro il Circolo dell’Anpi di Centocelle. Ma questo agguato al Cortocircuito è qualcosa di più e di peggio: una dichiarazione di guerra all’intero movimento degli spazi sociali, che a Roma è molto esteso e combattivo.

   Il sequestro di ieri mattina è stato ordinato dalla Procura romana e riguarda un abuso edilizio. Abuso che in realtà è la ricostruzione di un padiglione distrutto da un incendio diversi anni fa. Avrebbe dovuto ripristinarlo l’amministrazione, considerando che il Cortocircuito è uno spazio regolarmente assegnato, ma per l’ottusità delle burocrazie e l’inerzia sia del Comune sia del Municipio, nulla di quanto previsto è stato realizzato. Al punto da indurre i militanti del centro sociale a rifarselo da soli, il padiglione, peraltro adottando i criteri più avanzati di bio-architettura e autonomia energetica.

   Non potevano, ovviamente. Nessuno li aveva autorizzati. Ne avevano diritto, ma non sempre la legalità favorisce i diritti sociali. Da qui, le denunce, gli esposti, e ieri il sequestro e domani le incriminazioni.

   Ma al di là delle specificità del Cortocircuito, ormai a Roma è in corso una vera e propria battuta di caccia contro tutte quelle esperienze sociali e culturali che negli anni sono diventate un prezioso tessuto di sostegno, animazione e coesione. Siano regolamentate o solo tollerate, informali o in via di riconoscimento, per la città rappresentano un grande valore, materiale e immateriale. Spesso sono gli unici luoghi in grado di svolgere quelle attività e quei servizi che l’amministrazione pubblica dovrebbe obbligatoriamente offrire e che invece non è più in grado di mettere a disposizione dei territori.

   Accoglienza, lavoro, istruzione, cultura, sport, ricerca, tutele d’ogni genere, perfino assistenza medica. Centri per disabili, case-famiglia, palestre, teatri, scuole, centri anti-violenza, centri-anziani, centrali di progettazione, postazioni lavorative, ambiti di recupero, biblioteche, eccetera. Tutto ciò è ormai insostituibile. Privarsene significa deprivare la città, indebolire il suo sistema circolatorio, spezzare circuiti d’incontro e relazione, desertificare interi quartieri.

   A questo punto non si può più continuare a restare indifferenti. La nuova amministrazione comunale deve decidere se salvaguardare queste realtà o lasciarle in balia di burocrati e contabili o, peggio, di questure e procure. I cinquestelle non possono più affidarsi ad astratti e ossessivi legalismi, dietro i quali è bene sapere si nascondono intenti repressivi, oltreché interessi speculativi.

   Dopo aver sfrattato il Teatro Valle, il Rialto e il Volturno, dopo non aver mosso un dito per salvaguardare l’Angelo Mai e Scup, la giunta Marino ha lasciato in eredità due pessime delibere, due polpette avvelenate. Che in sostanza considerano il patrimonio comunale una merce da offrire sul mercato. In base a questa scelleratezza liberista il commissario questurino Tronca ha cominciato a sgomberare. Oggi questa mattanza continua a fare vittime. Se non interviene una nuova politica, un nuovo indirizzo strategico, le cose non potranno che peggiorare. Cosa intende fare la sindaca Raggi: assecondare questo furore che sta spegnendo la città o revocare quelle delibere per poi avviare una nuova stagione?

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